Una delle prime domande che mi viene posta quando si scopre che con mio figlio faccio homeschooling è: “Ma sei una insegnante?”

No, non sono una insegnante, men che meno l’insegnante di mio figlio o, meglio, non sono “solo” l’insegnante di mio figlio.

Chi mi insegna ad esser la madre che voglio essere?

Quando sono rimasta incinta di Mario ho dovuto iniziare a “studiare” robe da mamme che, fino ad allora, non avevano trovato alcuno spazio nella mia vita.

La mia gravidanza è trascorsa con notti dedicate a girovagare tra i siti internet perché mi svegliavo alle 3 e mi riaddormentavo alle 6; non potendo fare rumore a quell’ora, me ne stavo in camera a leggere libri e documentarmi.

Ogni figlio mi ha insegnato qualcosa e spinta ad interessarmi a qualcosa.

In sette anni nessuno mi ha mai chiesto se fossi ginecologa, ostetrica, pediatra, nutrizionista, pedagogista, cuoca …

Nella nostra società, ad esempio, si dà per scontato che vengano dati i giusti apporti nutrizionali ai figli; nessuno chiede mai ad una madre se abbia studiato le quantità di proteine, carboidrati, minerali ecc… necessari per il corretto sviluppo psicofisico del bambino di tot anni.

E allora come facciamo a crescere i nostri figli?

Io li ho osservati, imparando a conoscerli nella loro unicità e scegliendo amici, colleghi, professionisti che mi stanno accompagnando nel mio viaggio di genitore.

Questo sento essere il mio compito: fare delle scelte ogni giorno, in situazioni diversissime tra loro, avere il coraggio di assumermi la responsabilità di una scelta le cui conseguenze non ricadono solo su di me ma anche (e soprattutto direi) sui miei figli.

Così da vegana ho voluto una nutrizionista specializzata che potesse sostenermi durante il momento dell’introduzione al cibi solidi e un pediatra che non avversasse la mia scelta; condividendo un approccio pedagogico, quando ne ho avuto la necessità, ho scelto un centro giochi che lo mettesse in pratica; seguendo il consiglio della mia amica formatrice che ci conosce da sempre, ho scelto uno sport di squadra che ponesse Mario in un contesto a lui utile per la sua crescita e così via …

Una madre insegnante? Anche 😉

Quando ho scelto di fare homeschooling ho avuto ben chiaro che non sarei voluta diventare l’insegnante di mio figlio.

Abbiamo iniziato a documentarci su questa opportunità quando Mario aveva un anno e mezzo quindi neanche in risposta ad una problematica legata alla frequentazione di una comunità scolastica.

Per noi l’apprendimento è parte dell’educazione, e l’educazione è responsabilità principale dei genitori.

Per “educazione”, a scanso di equivoci, non intendo l’impartire nozioni o insegnare a comportarsi ma “ex-ducere” che letteralmente vuol dire TIRARE FUORI, FAR VENIRE ALLA LUCE QUALCOSA CHE E’ NASCOSTO.

(suggerisco la lettura di questo breve articolo che mi piace molto ed esplicita bene il mio pensiero; qui la differenza tra “educare” ed “istruire”)

Così, rispondere alle domande ed approfondire le conoscenze fa parte della nostra vita quotidiana al pari di mangiare, dormire, giocare (molto apprendiamo giocando), portare fuori il cane, fare la spesa.

Non esistono un luogo e un tempo dedicati espressamente e solamente all’istruzione.

Non sono “solo” l’insegnante di mio figlio.

Allo stesso tempo sono una madre che riconosce il proprio ruolo di adulto; ascoltando ed accogliendo le peculiarità di ognuno dei miei due figli (a partire dalle loro diverse età), sviluppo un progetto per ognuno; partendo dagli interessi e dagli strumenti che gli sono più congeniali, traccio un segno, una linea che congiunga in modo armonico tutto ciò che desiderano approfondire, dando al tutto un senso per far sì che il tutto diventi più della somma delle singole parti.

Come faccio nella pratica?

Ho iniziato a costituire una comunità educante che non si trova in un luogo ben specifico (che sia una scuola o una stanza) ma in ogni luogo che frequentiamo nella nostra vita quotidiana , una comunità fatta di amici e professionisti scelti in base ai bisogni dei bambini e alle disponibilità.

In questi contesti è prevista naturalmente la delega a queste persone di fiducia: mentre Mario è con loro io sono fuori e con loro lui si rapporta in autonomia e loro ne hanno la responsabilità.

Le domande che ti piombano addosso

Ma ci sono anche le domande che ti piombano addosso mentre prepari il sugo o ti stai lavando la faccia al mattino:

Insegnante di mio figlio
Mamma da dove arriva quel che sto mangiando?

“Mamma perché Potter (il nostro cane) cammina su quattro zampe e noi su due?”

“Mamma perché il fuoco è rosso e giallo nel camino e blu sotto la pentola?”

“Perché le nuvole a volte sono grigie e a volte bianche? E perché alcune corrono e altre vanno piano?

E qui, lo ammetto, non ho altro da fare che rispondere al volo “se la so”, oppure tamponare con un “non mi ricordo bene poi andiamo a vedere” e trascorrere il tempo a cercare i giusti spunti e strumenti e, in seconda battuta, presentarglieli (cosa utile anche per insegnargli dove e come ricercare le fonti).

 

Di cosa stiamo parlando?

Ultimamente ho imparato a chiedere “secondo te come mai?” e a partire da queste risposte.

Una delle cose più difficili per me, infatti, è semplificare senza banalizzare; e il “secondo te?” mi aiuta a capire sia il livello di approfondimento  che mi viene richiesto, sia, la cosa per me più importate: di cosa stia realmente parlando mio figlio.

“Perché il fuoco è rosso nel camino e blu sotto la pentola?”

“Secondo te?”

“Perché nel camino scalda il cuore delle persone che è rosso, sotto la pentola serve solo a scaldare l’acqua”

Ora, di cosa stiamo parlando quindi?

Della fiamma? Del fenomeno della combustione? Dei fotoni? O di altro?

Mi serve un becco di Bunsen o colori e fogli bianchi?

“Se chiudi gli occhi che ti viene in mente?”

“Fara San Martino perché lì in tutte le case degli zii c’è il camino”

Silenzio

“Mamma a casa di tua nonna, quando eri piccola era sempre acceso il camino vero?”

Mi servono fogli bianchi e colori o mi sta chiedendo di raccontargli qualcosa di me? Di raccontargli per l’ennesima volta delle cene e dei pranzi consumati seduta coi miei cugini sul gradino del camino perché a tavola tutti non ci si entrava ma si stava comunque nella stessa stanza per stare insieme?

Semplificare senza banalizzare, per costruire le competenze

E quando mi chiede come mai Potter cammina su quattro zampe e lui su due, Darwin “lo metto in mezzo” o è troppo presto?

Ha senso parlare della classificazione degli animali?

E se ha senso, come la propongo in modo comprensibile al  bambino di quasi sette anni che è Mario? Un visivo come lui?

Un cartellone su cui aggiungere nozioni negli anni?

Un lapbook con foto esplicative?

Un video?

E soprattutto: mi ricordo bene la classificazione degli animali?

E allora via, parto con libri, internet, quaderni di appunti per questa tappa del viaggio; cerco mappe sui libri di testo che ci hanno donato per trovare il modo più diretto ed esaustivo per rispondere alla richiesta e, se la domanda è più specifica, scrivo all’amico che lo fa per lavoro o è un appassionato …

(Qui trovate un post sulla nostra pagina Facebook in cui racconto brevemente del primo approccio “didattico-esperienziale” di Mario all’elettricità, con l’aiuto del nonno”

Insegnante di mio figlio

Gli approcci pedagogici

Non vorrei esser fraintesa, come genitore che pratica istruzione parentale seguo comunque un approccio pedagogico, anzi, ne integro di diversi e, come me, moltissime altre famiglie che conosco lo fanno.

I riferimenti sono diversi, ogni famiglia si rifà maggiormente ad alcuni rispetto ad altri, andiamo dai classici Montessori, Steiner, Pestalozzi, Piaget, Freiner, Miller, Dewey, ai più attuali Malaguzzi, Dolci, Rodari, Milani, Lodi (sicuramente ne ho dimenticato qualcuno 😉 )

La mancata laurea in pedagogia non sempre significa che non sappiamo chiamare per nome quel che stiamo attuando coi nostri figli 😉

 

Sono l’insegnante di mio figlio?

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