Sono mamma di due meravigliosi bambini nati con cesareo; il primo è stato figlio della mia inesperienza mista ad un po’ di ingenuità e di malasorte.

Portare Mario

Mario, è stato portato da subito, con la stessa fascia con la quale mia sorella aveva accolto mia nipote, fascia particolarmente amata ma anche difficile da utilizzare per chi, come me, era alle primissime armi.

Nonostante le difficoltà nelle legature e nel capire bene le posizioni, sentii fin da subito che quella stoffa non serviva solo a farci superare le piccole difficoltà quotidiane, come ad esempio il sonno a cui Mario si abbandonava senza rispettare né orari né “durata”, ma che dentro di me produceva qualcosa di strano, di diverso, di indescrivibile; mi dava forza, mi faceva capire mio figlio, mi dava sicurezza.

Portare Lucio

Dopo la nascita di Lucio con secondo taglio cesareo, ero molto più consapevole delle implicazioni che questo tipo di nascita aveva comportato per me e per mio figlio.

Dopo il parto, a causa di una seconda operazione subita sono stata costretta a dividermi da lui e ritrovarlo dopo sei ore.

 Non riconoscere il proprio figlio dopo il cesareo?

Ricordo perfettamente la sensazione che ho provato nel vederlo in culletta la prima volta in reparto, la mia mente sapeva chi era ma la mia pancia no; lo guardavo, sapevo che era mio figlio ma non lo riconoscevo come tale.

E’ stato, questo, un momento molto difficile, al quale non ero preparata (semmai si possa esser preparate a vivere una sensazione del genere); osservavo la mia creatura e provavo un misto di stupore e dolore, perché avrei voluto sentirlo mio ma non riuscivo, perché mi trovavo ad osservarlo come se fosse il bambino di un’altra; e anche se sapevo che era tutta “colpa” del tipo di parto e del fatto che non era stato possibile stare con lui fin da subito per quanto volessi, rimaneva una ferita nella ferita perché sapevo che non avrebbe dovuto esser questo quello che avrei dovuto provare.

Il bisogno di metterlo in fascia

Così, la prima cosa che sentivo di dover fare era metterlo in fascia, anche se avevo i punti di due operazioni, anche se avevo le flebo, anche se non mi sentivo al massimo; il mio era un vero e proprio “bisogno” e non sapevo neanche bene il perché.

Si, avevo provato i benefici del portare già col mio primo figlio, ma questa necessità impellente di fare una legatura e metterci dentro Lucio mi lasciava comunque sbigottita; era forte e continua.

Alla fine, con in mano i fogli delle dimissioni, finalmente ho potuto legare questi metri di stoffa attorno al corpo, prendere mio figlio, posizionarlo come avrebbe dovuto stare, controllato che il culetto fosse più in basso rispetto alle ginocchia, di non forzare la divaricatura delle gambine perché anche se sono una consulente, in quel momento ero prima di tutto una mamma e, come tutte le mamme, vivevo l’unicità della diade che eravamo io il mio bambino.

Il parto emotivo

Tutto è filato liscio fino a casa ed è quando siamo arrivati a destinazione che ho capito perché era così forte questo bisogno di metterlo in fascia, perché ne sentivo così tanto la necessità fisica e l’ho capito nel momento stesso in cui, per la prima volta, l’ho tirato fuori da quello che in quel momento mi appariva per quel che è: il famoso “utero fuori dall’utero” ed in quel momento è avvenuto il miracolo.

Ho abbassato il primo lembo di stoffa, posizionato la mano tra i due lembi di fascia che si incrociavano sulla schiena di mio figlio e l’ho liberato da uno di essi; ora era arrivato il momento di liberarlo anche dall’altro; non sapevo perché ma stavo vivendo questi movimenti con estrema emozione, come fossero un vero e proprio rito; l’ho preso sotto le braccine e, delicatamente … … l’ho fatto nascere; l’ho tirato fuori io dal mio “utero fuori dall’utero”, stavo partorendo io quel figlio che altri, qualche giorno prima, mi avevano tirato fuori dalla pancia.

Era questo il parto che avrei voluto, in casa, nel silenzio, nella calma, in famiglia, col mio primogenito che osservava il fratellino appena arrivato e grazie ad una fascia, in qualche modo, l’ho vissuto.

Poco più di cinque metri di stoffa mi hanno regalato la sensazione più bella e necessaria della mia vita, per questo, da quel giorno, credo ancor di più che portare un figlio vada ben oltre il rispondere ad esigenze di vita pratica; ti fa osservare orizzonti che mai avresti immaginato esistessero, ti fa scendere in profondità fino ad allora sconosciute, vivere momenti con quella intensità che avevi il terrore di non riuscire a provare.

Portare Lucio in fascia quel giorno, dopo il cesareo, mi ha fatto vivere il mio parto emotivo.

Portare dopo un cesareo

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