“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”.

Ho amato questo antico proverbio africano dalla prima volta che l’ho sentito.  Sarà perché, ho vissuto una vita nei gruppi, nelle comunità, nelle associazioni; perché da sempre credo nella Banca del Tempo, nel Cohousing e in tutti i progetti legati alla condivisione di parte della propria vita.

Sarà anche perché, grazie a mia madre, fin dall’adolescenza ho camminato parte della mia strada insieme a donne meravigliose che provenivano da tante diverse parti del mondo e questo mi ha insegnato quanto sia arricchente la conoscienza reale, e non solo accademica o turistica, di altre culture.

Sarà anche perché ultimamente mi trovo a collaborare con diverse figure professionali che stanno costruendo con me una rete di sostegno alle neo-mamme in cui credo profondamente.

Sicuramente sarà anche perché in questi ultimi anni il mio percorso di risveglio mi sta portando sempre più vicino al riconoscimento della importanza dell’istinto e alla capacità di ascolto dell’intuito.

La rottura del legame fra una donna e il suo intuito selvaggio è spesso fraintesa, si pensa che l’intuito si sia spezzato. Non è così. E’ spezzato piuttosto il felice passaggio matrilineare della fiducia nell’intuito … … La donna può avere una presa debole sulla sua saggezza intuitiva, ma con la pratica tornerà e si manifesterà appieno”  (Cit. “Donne che corrono coi lupi” C.P.Estes)

Trovo che sempre più spesso noi donne cerchiamo di riappropriarci delle nostre innate potenzialità in un modo molto “maschile”, studiando sui libri quel che dovrebbe venir da sé.

Chiariamo subito che non sono contraria allo studio, ho avuto degli insegnanti fantastici che mi hanno iniziata all’amore per la lettura, per l’arte e che mi hanno fatta crescere molto.

E non sono contraria neanche ai titoli di studio se non sono solo delle “coperture” per il vuoto che c’è in noi, se non sono solo un artifizio per credere di conoscere quel che ancora non siamo state in grado di ri-conoscere.

Citando sempre la Estes: ” … … donne cresciute in famiglie che non accettano le loro doti spesso si impegnano in ricerche tremende, sempr più grandi, senza nemmeno sapere perché. Pensano di dover prendere almeno tre lauree, o di dover penzolare a testa in giù dall’Everest, o di dover compiere azioni pericolose, che costano tempo e denaro per dimostrare alle famiglie di valere qualcosa … “

Per famiglie non si intende solo la vera e propria famiglia ma anche la “comunità”, la cosiddetta “società” nella quale noi donne siamo costrette a piegarci a regole e leggi fatte a misura di uomo.

Per secoli abbiamo avuto nelle mani il mistero della vita e della morte, alla fine ci è stato tolto anche quello; il parto così come la preparazione e veglia dei defunti sono stati messi nelle mani di “operatori formati”.

E come stiamo reagendo noi donne? Stiamo veramente andando nella giusta direzione?

Sono molto scettica su questo punto, sicuramente c’è un moto di risveglio che ormai è palpabile; quello che però noto è che c’è anche molta confusione sul come e il dove si voglia andare.

Sempre più spesso incontro sul mio cammino quelle che chiamo “tuttologhe”; personalmente, e non ne ho mai fatto mistero, non credo che questa sia la risposta. Credo che la risposta siano le reti di sostegno costituite da più persone ognuna delle quali voglia mettere a disposizione degli altri competenze, tempo, professionalità. Credo che la “tuttologa” sia figlia dell’individualismo imperante, del “mi basto”, filosofia che credo assolutamente fallimentare.

E’ necessaria l’unicità di ogni sguardo, di ogni sorriso, di ogni timbro di voce, di ogni tocco., proprio come in un coro in cui ogni voce è indispensabile pur senza esser distinta dalle altre.

Noi donne siamo nate per fare comunità e per rialzarci dobbiamo riconoscere quello che è il  nostro potere fatto di istinto e di intuito, ricordando sempre che “Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” e non una persona che creda di saper fare tutto.

 

Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio

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