Sta per finire settembre, il mese degli “inserimenti”; tanti bimbi che piangono, tante mamme col magone, tante che si dicono “passerà”, tante maestre ed educatrici che rincuorano “appena sei andata via ha smesso di piangere ed è stato tranquillo”.

Poi capita, come accaduto a noi, che all’inizio sembra andare tutto bene, il bambino è tranquillo, già dopo due giorni può stare tutta la mattina fino al pranzo (cpmpreso) ma, dopo un paio di settimane, inizia lo strazio: pianti quasi tutte le mattine e il non voler tornare a casa quando lo andavo a prendere. (Mario ha 32 mesi ma ha già iniziato la materna)

Su questo ultimo punto mi sono soffermata molto, ho appurato che solo le mattine in cui lo costringevo a rimanere erano quelle in cui, al mio ritorno, non voleva seguirmi; era come se mi dicesse: “Hai voluto lasciarmi quì contro la mia volontà ed ora vorresti che io venissi via con te? Invece no, decido io e non vengo con te!” (Chi conosce mio figlio di quasi tre anni può immaginare anche il “cipiglio” col quale, se parlasse, potrebbe dire una cosa del genere 😆 )

Chi ci legge da un po’ sa che non siamo favorevoli a mandare i figli a scuola; quella di iscrivere Mario a questo Centro Giochi Bilingue ABC è stato un ripiego doloroso; purtroppo cause di forza maggiore hanno fatto sì che fosse necessario.

Per fortuna abbiamo trovato un luogo idoneo non solo dal punto di vista della sicurezza (non cadono pezzi di intonaco, gli impianti sono a norma, non dobbiamo portare la carta igienica ecc…) ma soprattutto da quello dell’ambiente che respira e che vive.

Il Centro Giochi è bilingue quindi, altra cosa per noi molto importante, Mario ha una maestra che gli parla solo in inglese, i bimbi sono relativamente pochi e l’impronta è decisamente Montessoriana.

Nonostante tutto questo mi rendo conto che lui vorrebbe stare con la mamma e che io vorrei stare con lui.

Così mi viene in mente il brano di Gonzàles che su Besame Mucho si rifà al pensiero di John Bowlby e alla Teoria dell’attaccamento:

“… Giacomo mostra varie reazioni tipiche di fronte ad una separazione: si appiccica come una ventosa alla madre ed esige attenzione continua, si mostra apparentemente tranquillo e partecipe quando è all’asilo nido, per struggersi appena ne è fuori … … Prima abbiamo visto come, fra i minori di tre anni, i bambini che mostrano più sofferenza per la separazione sono proprio quelli che hanno una migliore relazione con la madre. … … L’ideale, siamo sinceri, sarebbe che Giacomo andasse all’asilo-nido tra qualche mese. Ma questo non è sempre possibile; Susanna ha bisogno di trovare lavoro e non può tenerlo ancora con sé. No, non è la fine del mondo. E’ una separazione relativamente breve che può essere compensata. Giacomo sta spiegando a sua madre come compensare la separazione, come sanare la ferita: le chiede di passare con lui tutta la sera, che accorra di notte quando lui la chiama (sospettiamo che preferirebbe dormire con lei), che lo porti con sé quando esce, che lo porti molto in braccio e che gli faccia molte coccole. … … ” “Bèsame Mucho” Carlos Gonzàlez

Così qualche notte lui vuol dormire con noi nel lettone (da mesi ormai ha scelto di stare nel suo lettino) ed assecondo questo suo bisogno certa che sia il modo corretto per poterlo sostenere in questo momento 🙂

Tutti dicono di lasciarlo piangere, di “staccarlo” ma io ritorno a leggere le righe sull’attaccamento di Bowlby, le pagine di Gonzalés e mi dico che la via è un’altra, cerco di compensare con coccole e ore solo per noi, di gioco libero e di attenzioni e sono sicura che sia questo il giusto modo.

 

Come Bowlby e Gonzàles mi hanno aiutata nell’inserimento all’asilo di mio figlio.

Un pensiero su “Come Bowlby e Gonzàles mi hanno aiutata nell’inserimento all’asilo di mio figlio.

  • 13 settembre 2015 alle 16:25
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    In questi giorni sto vivendo io questo problema…. E mi chiedo, se non sia possibile fare un inserimento guidato dal bambino, se i genitori non hanno problemi ad assentarsi dal lavoro per più tempo… Aspettare cioè che sia lui tranquillamente a voler stare a scuola, e non lasciarcelo in lacrime, magari strappato dalla maestra…. Oppure é utopistico ed é quindi normale e naturale anzi, obbligatorio parrebbe, vivere questo distacco in lacrime? Un abbraccio, x fortuna c’è Bowlby 🙂

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